Le donne di Rose

Nella giornata del 16 dicembre Matteo Severgnini, soprannominato “Seve”, ha donato a noi ragazzi di Abbraccio senza confini una storia di coraggio, resilienza e bontà avvenuta in Uganda con protagoniste donne affette dal virus dell’HIV.
Il racconto nasce da un golpe effettuato da  Bazilio Olara Okello e il suo esercito ribelle della tribù degli Acholi.
Una volta impossessatisi del potere i ribelli cominciarono a mettere in atto le peggiori vigliaccherie nei confronti della popolazione ugandese. Pratiche comuni erano le violenze sessuali sulle donne (infettandole del virus) e il costringerle a scegliere uno tra i propri figli da uccidere e mangiare. Richieste senza senso, aventi il fine di distruggere psicologicamente le loro vittime.

L’incubo per loro poteva avere fine solo attraversando il paese verso Kampala, la capitale.
Poche donne riuscirono nell’impresa, moltissime morirono in viaggio.
Una volta arrivate, però, non fu protezione ciò che trovarono, ma il rifiuto causato dalla loro malattia ancora sconosciuta.

Decisero, quindi, di costruire il proprio villaggio (casette fatte di fango e paglia) su una collina adiacente alla capitale.
La collina si scoprì presto essere un giacimento di pietra, così le donne trovarono in essa il loro guadagno per la sopravvivenza.
Ogni giorno spaccavano montagne di pietre, ferendosi anche gravemente, per portare a casa 0,90$. Questa somma è addirittura inferiore alla soglia di povertà Ugandese: 1,5$.

Quando i ribelli se ne andarono, alcune ONG tentarono di aiutare le donne malate portando loro medicinali.
Essi rimasero sconvolti quando videro questi stessi medicinali venduti in cambio di qualche spicciolo o addirittura gettati per terra. Così se ne andarono.

Rose Busingaye

Dopo di loro arrivò Rose, di professione infermiera.
Anche lei portò medicinali e anche lei li vide sprecati.
Rose però non se ne andò e cercò di capire cosa spingesse le donne a rifiutare le cure.
“Abbiamo fatto cose orribili che vivono nei nostri ricordi, questa agonia deve terminare”.
Quando una persona è destinata a convivere da sola col proprio male, non riceve amore e considerazione allora non ha motivo di proseguire a vivere.
Quello che Rose fece fu donare loro amore, guardandole per quel che erano: un bene prezioso che la malattia non poteva cancellare.

Da quel momento in poi le donne non solo risollevarono la propria vita, ma cercarono di fare lo stesso con quella di altri.

Nel 2004 l’uragano Katrina distrusse New Orleans e la notizia arrivò persino alle donne di Rose. Esse fecero ciò che sapevano fare: spaccare pietre e chiedere elemosina. Racimolarono in tre mesi 900$ e si diressero all’ambasciata americana di Kampala, consegnando il sacco contenente la somma al vice ambasciatore. Egli rimase così scioccato dal quel gesto da reputarlo addirittura ingiusto: ”Voi non avete niente e combattete ogni giorno per dar da mangiare ai vostri figli, dovremmo essere noi ad aiutarvi”. Gli fu risposto che “Non conta chi ha di più o di meno, conta l’amore che si mette nel dare”.

La medesima cosa avvenne nel 2009 dopo il terremoto all’Aquila.
“Rose procuraci qualche bus e andremo anche noi a cercare gli italiani sotto le macerie”.
Rose mostrò loro la mappa e fece notare che i bus non avrebbero attraversato il mare.
Allora le donne si misero di nuovo a spaccare pietre e questa volta inviarono 1000$ verso l’Italia.
Infine nel 2012 con la vendita di 47.000 braccialetti e collane realizzate con materiali riciclati, raccolsero una somma sufficiente per costruire una scuola per i loro figli.
“Noi moriremo, ma l’amore che Rose ci ha insegnato rimarrà nei nostri figli e per questo dobbiamo preservarli ed educarli”.

Matteo Severgnini

Fu in questo contesto che arrivò Seve. Doveva vivere in Uganda per un solo anno, giusto il tempo di costruire una scuola dove l’insegnamento non venisse diffuso per mezzo di violenze fisiche, come era di norma nel sistema scolastico ugandese. Invece Seve vive tutt’ora laggiù.

Questa storia ricca d’amore, che rompe le barriere dello spazio e della mente, ci è stata donata da Seve e noi la doniamo a voi. Il video che segue è la registrazione integrale dell’incontro. Meno di un’ora per penetrare un dolore e una violenza inesprimibili, ma vinti da qualcosa di diverso, che con il nostro progetto vorremo imparare anche noi e diffondere. Seve è rimasto colpito dal biglietto che abbiamo scritto e che accompagna le nostre T shirt. Segno di una sintonia e di una unità che è la cosa più bella e più importante da vivere e costruire. Un abbraccio, appunto, non sentimentale ma concreto e reale, di cuore e di pensiero.

Il video dell’incontro degli studenti di Abbraccio senza confini del liceo Volta Fellini con Matteo Severgnini

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